Sunto della correzione fraterna

Il peccato, agli occhi della fede, è la peggior disgrazia che possa capitare all’uomo.

Consigliare un fratello, perché se ne liberi, significa volergli bene davvero.

Chi riconduce un peccatore dalla via dell’errore alla strada della grazia, salverà la sua anima e coprirà una moltitudine di peccati.

Quando una persona fa qualche male, ho peccato, è bene che con lo spirito della dolcezza sia corretto con Amore. La correzione fraterna è però iniziativa delicata e non priva di rischi.

Non bisogna mai perdere di vista la pungente parola del Signore: “Come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave?”.

Ogni volta che si tratta una persona che è caduta nel peccato, è cosa buona provarne compassione e non rimproverarla, avvicinarsi a lui con delicatezza e amore.

Sarà bene, in ogni caso, restar persuasi che “la miglior correzione fraterna è l’esempio di una condotta irreprensibile”.

Gesù e Maria ci amano e ci benedicano sempre più. Don Luigi

La correzione fraterna nei minimi dettagli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo». (Mt 18, 15-18)
Il tema su cui vogliamo riflettere è quello della correzione fraterna, una pratica di vita cristiana insegnata, come abbiamo appena visto, da Cristo stesso, secondo il quale non è segno di carità e di vero amore lasciare che un fratello nella fede viva senza rendersi conto del proprio peccato. Ecco che allora anche la Chiesa, nella sua bimillenaria esperienza, la consiglia caldamente in particolare nel tempo di Quaresima.
Un primo fraintendimento che va evitato è quello di pensare che l’evangelista qui si stia riferendo a quei disguidi quotidiani che si verificano in ogni comunità cristiana. Ciò va escluso considerando l’intera prassi della correzione fraterna suggerita dal nostro testo: si hanno infatti tre passaggi, di cui il secondo e il terzo richiedono l’intervento di testimoni o addirittura dell’assemblea (l’intera comunità o i responsabili di essa). Sarebbe un’esigenza esagerata, se lo sbaglio del fratello da correggere riguardasse le incomprensioni ordinarie della vita comune.
Tutto questo ci porta a pensare che la correzione fraterna di cui parla Matteo, nel modo in cui ne parla lui, vada applicata solo nei casi di gravi mancanze che minacciano gli equilibri e la stabilità della comunità stessa; solo a questa condizione può essere ragionevole l’intervento dell’assemblea in ultima istanza. In tutti gli altri casi di quotidiane incomprensioni sarebbe una reazione davvero sproporzionata rispetto alla causa. Fatte queste precisazioni, possiamo analizzare i modi, i tempi e le circostanze più opportune nelle quali poterla offrire al fratello.
1. La correzione fraterna nel NT
Nel NT il tema della correzione fraterna ritorna (oltre che in Mt 18, 15-18) anche in diversi altri contesti.
Nella Lettera ai Romani, la prospettiva della correzione fraterna è subordinata a una formazione completa del cristiano: “Fratelli miei, voi pure siete pieni di bontà, colmi di ogni conoscenza e capaci di correggervi l’un l’altro” (Rm 15,14). Non vi è dunque alcun organismo preposto alla correzione fraterna, piuttosto essa si realizza negli ordinari dinamismi dei rapporti interpersonali, ma sulla base dell’amore e della conoscenza, ossia i due elementi chiave del cammino cristiano. Nella Lettera ai Galati il tema ritorna in questi termini: “Fratelli qualora uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza” (Gal 6,1). Anche qui la formazione cristiana è il fondamento di ogni correzione fraterna: “voi che avete lo Spirito”, ovvero voi che vivete nella grazia dei cristiani maturi, “correggetelo con dolcezza”. Non chiunque deve assumersi il compito della correzione, ma i cristiani maturi, né esso deve essere realizzato con qualunque metodo ma solo con la dolcezza. Una dolcezza che però non deve degenerare in debolezza (cfr. Tt 1,13). Se poi il fratello si indurisce e non ascolta nessuno, si segue il dettato dell’evangelista Matteo.
Talvolta le misure drastiche sono suggerite anche dall’Apostolo Paolo, specialmente a proposito dell’insegnamento apostolico: “Se qualcuno non obbedisce a quanto diciamo per lettera, prendete nota di lui e interrompete i rapporti, non trattatelo però come un nemico ma ammonitelo come un fratello” (2 Ts 3,14-15). L’Apostolo fa intendere pure che occorre un tatto pastorale idoneo alle diverse categorie di persone: “Non essere aspro nel riprendere un anziano; i giovani come fratelli…” (1 Tm 5,1); oppure, nel caso di gente amante di polemiche, non illudersi di cambiare il loro carattere a forza di parole: “dopo una o due ammonizioni, sta’ lontano da chi è fazioso” (Tt 3,10).
2. Cos’è la correzione fraterna
La correzione fraterna è un purissimo gesto di carità, compiuto con discrezione e umiltà, nei confronti di chi ha sbagliato, è un’efficace e pratica lezione di catechismo che rende credibile l’amore e la verità; è un premuroso intervento fraterno per lenire le ferite dell’anima, senza procurare sofferenze e senza umiliare.
E’ un correggere promuovendo e un promuovere correggendo, è addossarsi il peso di qualcuno che è debole e che con le sue forze non potrebbe mai risolvere i suoi problemi, ben ricordando che siamo stati altre volte portati da qualcun altro.
Gesù mediante la correzione fraterna invita ad usare tutti i mezzi possibili per recuperare la relazione col fratello, non nella forma di un “giudizio” sull’altro, ma semplicemente come constatazione – amara e addolorata – della posizione in cui il fratello si pone e da cui non si vuole smuovere.
Fin dalle origini la Chiesa non ha mai “s-comunicato” le persone, nel senso di “cacciarle fuori dalla comunità”. Semmai, in alcuni casi, ha dovuto riconoscere che queste da sole “si mettevano fuori” da essa e non volevano rientrare. Anzi ai tempi di Paolo, ma anche oggi nella Chiesa, questo momento non costituiva la sentenza definitiva, bensì il tentativo estremo di recuperare il fratello, scuotendolo e mettendolo di fronte alle conseguenze di ciò che aveva fatto.
Qualcuno ha detto che la correzione fraterna è il comandamento evangelico maggiormente disatteso. Di fatto non la si fa quasi mai. Siamo capaci di indignarci e fare gli scandalizzati, di rimproverare e spargere ai quattro venti l’errore del prossimo, ma troviamo difficile correggere da fratelli, secondo il metodo e lo spirito che ci sono proposti dal Vangelo. Gesù, infatti, in Matteo 18,15-17, non solo ci indica un comportamento, ma ci propone una prassi, una pedagogia della correzione fraterna, in una sapiente sintesi tra ideale teologico e metodologia pedagogica, così lontana dalla nostra abitudine puramente reattiva dinanzi alla realtà del male nelle sue varie forme. Di fronte al male, infatti, ci viene naturale il rifiuto o la condanna; ci sentiamo troppo giusti o peccatori senza speranza; giudici inflessibili o imputati senza difesa; ci fìngiamo indifferenti o combattiamo guerre impossibili. Correzione fraterna vuoi dire, invece, “imparare a convivere con il male”, quello proprio, anzitutto, e poi anche quello altrui. Anzi, è un modo di caricarsi sulle spalle la debolezza del fratello. E finisce per essere la più chiara e più convincente manifestazione dell’amore fraterno, perché non c’è amore più grande di chi va incontro al fratello peccatore, di chi se ne sente responsabile e da il suo personale contributo perché si ravveda, di chi si lascia correggere e corregge, porta l’altro sulle sue spalle e se ne lascia portare; poiché è già faticoso e per niente scontato voler bene a chi se lo merita ed è buono, ma amare il fratello debole e scegliere di portare assieme a lui il peso della sua debolezza, questo è vero amore umano e divino, come quello che Dio ha mostrato a noi in Cristo, «mentre eravamo ancora peccatori» (Rm 5,8).
Accogliere la correzione fraterna è segno di santità e di saggezza. L’umiltà di riconoscere il proprio errore permette di crescere, fa crescere la stima e la considerazione degli altri, non priva affatto la persona di una buona reputazione. E’ in un atteggiamento di umiltà che si mostra la vera saggezza: è saggio non chi non sbaglia mai, ma chi sa correggersi del suo errore e fare tesoro dei suoi limiti per farsi aiutare dai fratelli.
La correzione non è mai una risposta a caldo altrimenti rischia di compromettere completamente la sua efficacia. Si tratta sempre di un intervento assai moderato e ponderato fatto con discernimento, in preghiera e sotto l’azione dello Spirito Santo. Altrimenti meglio non farlo affatto! E’ molto saggio tuttavia piuttosto che lasciare dentro di sé il fermento del risentimento e dell’ira. Talvolta correzioni non fatte di cose notate, danno adito ad un logorante rimuginio di pensieri, che presto o tardi porteranno all’ira, o ad esplosioni incontenibili! Meglio dunque parlare, fraternamente, con la pace nel cuore, ma parlare. Vediamo come.
3. Come fare concretamente la correzione fraterna?
San Tommaso, nella Summa Theologiae, q. 33 della IIII, dedica ben 8 articoli alla correzione fraterna, indicando cosa sia, e quali siano le condizioni e le modalità per essere fatta. Partiamo col chiederci:
1) Ma la correzione fraterna è veramente un atto di carità nei confronti del fratello?
“Poiché l’ammonizione che si fa nella correzione fraterna è ordinata a togliere il peccato dal proprio fratello, il che appartiene alla carità, è evidente che codesta ammonizione è principalmente un atto di carità, in quanto questa lo comanda.”
“La correzione di chi sbaglia è un rimedio da usarsi contro il peccato altrui. Ora, questo peccato si può considerare sotto due aspetti: primo, in quanto è nocivo a chi lo compie; secondo, in quanto è nocivo per gli altri, che ne vengono lesi o scandalizzati; oppure in quanto compromette il bene comune, la cui giustizia viene turbata dal peccato. Perciò ci sono due modi di correggere il peccatore. Il primo che applica un rimedio al peccato in quanto questo è un male di chi pecca: e questa propriamente è la correzione fraterna, ordinata all’emendamento del colpevole. Ora, togliere il male di una persona equivale a procurarle il bene. Ma procurare il bene del proprio fratello appartiene alla carità, con la quale vogliamo e facciamo del bene agli amici. Dunque la correzione fraterna è un atto di carità: perché con essa combattiamo il male del fratello, cioè il peccato. E questo appartiene alla carità più della eliminazione di qualsiasi danno esterno, e di qualsiasi malanno corporale: cioè quanto il bene corrispettivo della virtù è più affine alla carità che il bene del corpo o delle cose esterne. Perciò la correzione fraterna è un atto di carità superiore alla cura delle malattie del corpo, e alle elemosine che tolgono la miseria esteriore. – C’è invece una seconda correzione la quale usa un rimedio al peccato del colpevole in quanto male altrui, e specialmente in quanto nuoce al bene comune. E tale correzione è un atto di giustizia, la quale ha il compito di custodire la rettitudine dell’onestà nei rapporti reciproci.”
2) Una delle opere di misericordia spirituale insegnate dalla Chiesa è “sopportare pazientemente le persone moleste”, non dovremmo forse solamente sopportarle?
“ La correzione fraterna non è contraria alla sopportazione dei deboli, ma piuttosto deriva da essa. Infatti uno in tanto sopporta il colpevole, in quanto non si turba contro di lui, ma conserva per lui della benevolenza. E da questo nasce il tentativo di condurlo ad emendarsi.”
3) La correzione fraterna è obbligatoria o meno nei confronti del fratello?
“La correzione fraterna è di precetto. Si deve però notare che mentre i precetti negativi della legge proibiscono gli atti peccaminosi, i precetti affermativi inducono ad atti di virtù. Ma gli atti peccaminosi sono cattivi per se stessi, e non possono esser buoni in nessuna maniera, in nessun luogo e in nessun tempo: poiché sono legati per se stessi a un fine cattivo, come dice Aristotele. Ecco perché i precetti negativi obbligano sempre e in tutti i casi. Gli atti virtuosi, invece, non sono da farsi in un modo qualsiasi, ma osservando le debite circostanze richieste per farne degli atti virtuosi: cioè facendoli dove si deve, quando si deve, e come si deve. E poiché le disposizioni dei mezzi dipendono dal fine, tra le circostanze degli atti virtuosi si deve tener presente specialmente il fine, che è il bene della virtù. Perciò se c’è l’omissione di una circostanza relativa all’atto virtuoso, la quale elimina totalmente il bene della virtù, l’atto è contrario al precetto. Se invece viene a mancare una circostanza la quale non toglie del tutto la virtù, sebbene non raggiunga la perfezione di essa, l’atto non è contrario al precetto. Ecco perché il Filosofo afferma, che se ci si allontana di poco dal giusto mezzo, non siamo contro la virtù: se invece ci si allontana di molto, si distrugge la virtù nel proprio atto. Ora, la correzione fraterna è ordinata all’emendazione dei fratelli. Perciò essa è di precetto in quanto è necessaria a codesto fine: non già nel senso che si debba correggere il fratello che sbaglia in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo.”
E poi ancora: “In tutte le opere buone l’azione umana non è efficace, senza l’aiuto di Dio: tuttavia l’uomo deve fare quanto sta in lui. Di qui l’ammonizione di S. Agostino: “Non sapendo noi chi appartiene al numero dei predestinati, dobbiamo avere tanto affetto di carità, da volere che tutti si salvino”. Perciò dobbiamo offrire a tutti la correzione fraterna, sperando nell’aiuto di Dio.”
L’imperativo “ammoniscilo” non è un rinfacciargli il peccato, ma un aiuto a esaminarlo in tutti i suoi aspetti, a capire il non senso di quanto ha fatto e a sentire la necessità di intraprendere un cammino di conversione. Solo quanto ciò si realizza si può dire di aver fatto del bene al proprio fratello.
4) Vi sono però delle circostanze nei quali sarebbe meglio non fare la correzione fraterna?
La correzione fraterna può essere omessa in tre modi. Primo, in maniera meritoria: quando uno la lascia per motivi di carità. Scrive infatti S. Agostino: “Se uno lascia di rimproverare e di correggere i peccatori perché aspetta un momento più opportuno; oppure per paura che diventino peggiori, o che impediscano la formazione di altri nella via del bene e della pietà, e facciano pressione sui deboli e li allontanino dalla fede, non sembra che ci sia allora un motivo di amor proprio, ma di carità”. – Secondo, l’omissione della correzione fraterna può coincidere col peccato mortale: quando cioè, come dice S. Agostino, “si ha paura del giudizio del volgo, o dell’uccisione, o delle percosse”; quando però questa paura domina tanto nell’anima da sopraffare la carità fraterna. E questo avviene quando uno pensa di poter ritrarre, con ogni probabilità, dalla colpa un peccatore, e tuttavia trascura di farlo per timore, o per egoismo. – Terzo, questa omissione può essere un peccato veniale: quando il timore e l’egoismo rendono l’uomo restio alla correzione fraterna; però non da trascurarla per timore o per egoismo, ai quali in cuor suo prepone la carità fraterna, quando è persuaso di poter così ritrarre il proprio fratello dal peccato. E in questo modo talora anche gli uomini di santa vita trascurano di correggere i colpevoli.”
E poi ancora: “Ciò che è dovuto a una persona ben determinata, sia esso un bene materiale o spirituale, siamo tenuti a offrirlo senza aspettare che essa venga a chiederlo, ma è nostro dovere essere solleciti nel ricercarlo. Perciò, come il debitore è tenuto a cercare il creditore quando scade il tempo di restituire il debito, così chi ha la cura spirituale di qualcuno deve cercarlo per correggerlo dei suoi peccati. Invece per le opere buone, corporali o spirituali, che non sono dovute a persone determinate, bensì al prossimo in generale, non è necessario cercare quelli che ne hanno bisogno, ma basta esercitarle su quelli che si presentano: poiché, come dice S. Agostino, questo si deve considerare “come una specie di sorte”.”
Pertanto non dobbiamo ricercare i difetti dell’altro per riprenderlo, ma solo far osservare all’altro ciò che può correggere di se stesso. “Altrimenti diventeremmo investigatori dell’altrui condotta, contro l’ammonimento della Scrittura: “Non cercare l’empietà nella casa del giusto, e non turbare la sua quiete”.”
5) E se poi il fratello diventa peggiore?
“Esistono due tipi di correzione dei colpevoli. La prima, riservata ai prelati, è ordinata al bene comune, ed ha forza coattiva. Tale correzione non va trascurata per il turbamento di colui che la subisce. Sia perché, nel caso che non voglia emendarsi spontaneamente, va costretto con i castighi a smettere il peccato. Sia perché, nel caso d’incorreggibilità, si provveda al bene comune, col difendere l’ordine della giustizia, e spaventando gli altri con l’esemplare punizione di un individuo. Ecco perché un giudice non lascia di proferire la sentenza di condanna contro il colpevole per paura del turbamento di lui, o dei suoi amici. La seconda invece è una correzione fraterna del colpevole, la quale non si esercita con la coazione, ma con la semplice ammonizione. Perciò quando si giudica probabile che il peccatore non accetterà l’ammonizione, ma farà peggio, si deve desistere dal correggerlo: perché le cose che sono mezzi ordinati al fine devono essere regolate secondo l’esigenza del fine.”
“Il medico usa verso il pazzo furioso, che non vuole le sue cure, una certa coazione. Il suo trattamento è simile alla correzione dei prelati, che ha forza coattiva: non già alla correzione fraterna.”
“La correzione fraterna viene comandata in quanto è un atto di virtù. Ma un atto è tale in quanto è proporzionato al fine. Perciò quando essa dovesse impedire il fine, come nel caso che il colpevole divenisse peggiore, allora non appartiene più alla verità della vita, e non è di precetto.”
“Le cose ordinate al fine hanno natura di bene in ordine al fine. Perciò la correzione fraterna, quando viene a impedire il fine, cioè l’emenda del proprio fratello, non ha più natura di bene. E quindi tralasciando codesta correzione non si tralascia il bene perché non ne venga un male.”
L’atteggiamento deve essere sempre di massimo rispetto ed amore (cfr. Gal 6:2), altrimenti la correzione non giunge al cuore. Bisogna assolutamente evitare di correggere con senso di giudizio o critica, con animo risentito o sotto l’influsso della collera, altrimenti si vanifica l’intervento. Don Bosco, grande educatore, invita i suoi figli spirituali a correggere sempre quando l’animo si è rasserenato!
Diceva San Francesco di Sales che “La verità che non è caritatevole sgorga da una carità che non è vera”. Non basta la verità, anzi a volte la verità può essere nociva se non è accompagnata da grande delicatezza, empatia, tenerezza. Sia perché non conosco la reazione dell’altro che può avvertire una “pericolosa invasione di campo”, sia perché può sentirsi umiliato e giudicato e quindi offeso, sia perché può ritenere non vero l’appunto che gli faccio.
6) Ma la correzione fraterna a questo punto non è una pratica riservata solamente all’esercizio dei sacerdoti?
Ma questa tentazione è facilmente smascherabile, vediamo perché:
“Come abbiamo già visto, ci sono due tipi di correzione. La prima, che è un atto di carità, e che tende principalmente ad emendare il fratello colpevole mediante la semplice ammonizione. E tale correzione spetta a chiunque abbia la carità, sia egli suddito o prelato. – C’è poi una seconda correzione che è un atto di giustizia, nella quale si ha di mira il bene comune, che viene procurato non soltanto mediante l’ammonizione, ma talora anche con la punizione, perché gli altri dal timore siano distolti dalla colpa. E questa correzione spetta ai soli prelati, i quali hanno il compito non soltanto di ammonire, ma anche di correggere con la punizione.”
“Anche nella correzione fraterna, che interessa tutti, il dovere dei prelati è più grave, come nota S. Agostino. Infatti come uno è tenuto di più a beneficare materialmente coloro che sono affidati alle sue cure temporali, così è tenuto di più a beneficare spiritualmente, con la correzione, con l’insegnamento, ecc., quelli che sono affidati alle sue cure spirituali.” Ecco che il precetto della correzione fraterna non interessa soltanto i sacerdoti, ma sicuramente li interessa in maniera speciale. Infatti, “Come chi è in grado di soccorrere materialmente è relativamente ricco, così chi conserva sano il giudizio della ragione, in modo da poter correggere l’altrui peccato, in questo è da considerarsi superiore”. “Una persona, in quanto ha conservato sano il giudizio della ragione rispetto alla cosa in cui un altro sbaglia, è in grado di correggerlo, sebbene non sia superiore a lui in modo assoluto.”
7) È possibile o meno correggere una persona che in un determinato aspetto della vita si trova posto gerarchicamente superiore a noi?
Pensiamo in ambito lavorativo. Ma prendiamo l’esempio di un qualunque parrocchiano nei confronti del proprio parroco.
“Non spetta ai sudditi nei riguardi del loro prelato la correzione che è, mediante la coercizione della pena, un atto di giustizia. Ma la correzione fraterna che è un atto di carità spetta a tutti nei riguardi di qualunque persona, verso la quale siamo tenuti ad avere la carità, quando in essa troviamo qualche cosa da correggere. Infatti l’atto che deriva da un abito o da una facoltà abbraccia tutte le cose che sono contenute sotto l’oggetto di codesto abito o potenza: la percezione visiva, p. es., abbraccia tutte le cose colorate contenute sotto l’oggetto della vista. Siccome però l’atto virtuoso deve essere moderato dalle debite circostanze, nelle correzioni che i sudditi fanno ai loro superiori si deve rispettare il debito modo: essa cioè non va fatta con insolenza né con durezza, ma con mansuetudine e con rispetto. Ecco perché l’Apostolo ammonisce: “Non rimproverare l’uomo anziano, ma rivolgigli la tua esortazione come a un padre”; e Dionigi rimprovera il monaco Demofilo, perché aveva corretto senza rispetto un sacerdote, percuotendolo e cacciandolo dalla chiesa.”
“Si tocca colpevolmente il prelato quando si rimprovera senza rispetto, oppure quando si sparla di lui.”
“Presumere di essere in modo assoluto migliore del proprio prelato è un atto di presuntuosa superbia. Ma stimarsi migliore in qualche cosa non è presunzione: poiché nessuno in questa vita è senza qualche difetto. – Si deve anche notare che quando un suddito ammonisce con carità il suo prelato, non per questo si stima da più di lui: ma offre un aiuto a colui che, a detta di S. Agostino, “quanto si trova più in alto, tanto si trova in più grave pericolo”.”
“Si noti però che quando ci fosse un pericolo per la fede, i sudditi sarebbero tenuti a rimproverare i loro prelati anche pubblicamente.”
“Non si deve ubbidire al superiore contro il precetto di Dio: “Bisogna ubbidire a Dio più che agli uomini”. Perciò quando il superiore comanda che gli si dica quello che si conosce come degno di correzione, va inteso rettamente il suo precetto, cioè salvo l’ordine della correzione fraterna: sia che il precetto venga rivolto a tutti, sia che venga indirizzato a uno solo. Se poi il superiore comandasse espressamente contro quest’ordine stabilito dal Signore, allora peccherebbe sia lui, che chi gli ubbidisse, agendo essi contro il precetto del Signore: e quindi non si dovrebbe ubbidire. Poiché non il superiore, ma Dio soltanto è giudice delle cose occulte: e quindi il superiore non ha alcun potere di comandare sulle cose occulte, se non in quanto sono manifestate da alcuni indizi, cioè dalla cattiva fama o dai sospetti; nei quali casi il prelato può comandare alla stessa maniera che il giudice secolare o ecclesiastico può esigere il giuramento di dire la verità.”
8) Ma come? Quello pecca come gli altri, e si permette di correggere?
Potremmo sentirci infatti rispondere “Medico, cura te stesso”. Anche Gesù ci ammonisce: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? (Lc 6,41)”. Questa è una forma di difesa da parte di chi riceve la correzione, e forse anche una scusa nostra per non elargirla, ma questo non ci deve intimorire più di tanto.
“Come già abbiamo detto, la correzione del peccatore spetta a una persona in quanto vige in essa il retto giudizio della ragione. Ora il peccato, come abbiamo visto, non elimina il bene di natura totalmente, così da non lasciare nel peccatore nulla del retto giudizio della ragione. E in forza di codesta rettitudine egli è tuttora in grado di rimproverare il peccato di un altro.
Tuttavia col peccato precedente si mette un ostacolo a questa correzione, per tre motivi. Primo, perché col peccato uno si rende indegno di correggere gli altri. Specialmente se egli ha commesso un peccato più grave, non è in grado di correggere un altro di un peccato più piccolo.”
“Secondo, la correzione è resa inopportuna per lo scandalo che l’accompagna, se il peccato di chi vuol correggere è conosciuto: perché così egli mostra di correggere non per carità, ma per ostentazione. Perciò il Crisostomo così commenta le parole evangeliche, “Come puoi dire al tuo fratello, ecc.”: “Con quale intenzione? Lo fai forse per carità, per salvare il tuo fratello? No: perché prima salveresti te stesso. Perciò tu non vuoi salvare gli altri, ma vuoi nascondere con la bontà dell’insegnamento la cattiva condotta, e cercare presso gli uomini la lode della scienza”.
Terzo, per la superbia di chi fa la correzione: perché così uno minimizza i propri peccati, e in cuor suo preferisce se stesso al prossimo, giudicandone con severità le colpe, come se lui fosse onesto. Ecco perché S. Agostino afferma: “Accusare i vizi è compito dei buoni: e quando lo fanno i cattivi, ne usurpano le parti”. Perciò, come il Santo ammonisce, “quando siamo costretti a riprendere qualcuno, pensiamo se si tratta di un vizio che noi non abbiamo mai avuto: e allora riflettiamo che siamo uomini, e avremmo potuto averlo. E se si tratta di un vizio che abbiamo avuto nel passato e non abbiamo più, allora ricordiamoci della comune fragilità, affinché quella correzione non sia preceduta dall’odio, ma dalla misericordia. Se poi ci accorgiamo di essere nel medesimo difetto, non rimproveriamo, ma piangiamo insieme e invitiamo gli altri a pentirsene con noi”.
Dalle quali parole risulta che se il peccatore corregge con umiltà non pecca, e non merita una nuova condanna; sebbene allora egli possa apparire degno di condanna, per il peccato commesso, o di fronte alla coscienza del proprio fratello, o almeno a quella propria.”
9) Dobbiamo prima correggere la persona prima in privato, o dobbiamo denunziarla davanti a tutti?
Gesù infatti parla di 3 gradi, prima privatamente, poi con testimoni e poi pubblicamente.
“Per la pubblica denunzia dei peccati dobbiamo distinguere. Infatti i peccati sono o pubblici, od occulti. Se sono pubblici non si deve provvedere soltanto al colpevole perché diventi più onesto, ma anche agli altri che sono a conoscenza del peccato, perché non ne siano scandalizzati. Perciò questi peccati devono essere rimproverati pubblicamente, stando all’esortazione dell’Apostolo: “Quelli che sbagliano riprendili in faccia a tutti, perché anche gli altri abbiano paura”; parole queste che, a detta di S. Agostino, si riferiscono ai peccati pubblici.
Se invece si tratta di peccati occulti, allora valgono le parole del Signore: “Se il tuo fratello ha peccato contro di te…”: poiché quando uno offendesse te pubblicamente davanti agli altri, allora non peccherebbe solo contro di te, ma anche contro gli altri, che ne rimangono turbati. Siccome però anche con i peccati occulti si può predisporre l’offesa di altri, dobbiamo qui suddistinguere. Infatti ci sono dei peccati occulti che sono di danno corporale o spirituale per il prossimo: quando uno, p. es., tratta segretamente la consegna della città al nemico; oppure quando un eretico privatamente distoglie i credenti dalla fede. E poiché in tal caso chi pecca segretamente non pecca solo contro di te, ma anche contro gli altri, bisogna subito procedere alla denunzia, per impedire codesto danno: a meno che uno non fosse fermamente persuaso di poterlo impedire con un’ammonizione segreta.
Ci sono invece delle colpe che fanno del male solo a chi pecca e a te, contro cui si pecca, o perché sei danneggiato dall’atto peccaminoso, o almeno dalla conoscenza di esso. In tal caso si deve badare soltanto a soccorrere il fratello colpevole. E, come il medico del corpo, se può, dà la guarigione senza il taglio di nessun membro; e se non può, taglia quello meno necessario, per conservare la vita di tutto l’organismo; così chi cerca l’emenda del proprio fratello è tenuto a emendarne la coscienza, senza comprometterne la fama. La quale è utile innanzi tutto allo stesso colpevole: non soltanto nell’ordine temporale, in cui uno viene molto danneggiato con la perdita di essa; ma anche nell’ordine spirituale, poiché il timore dell’infamia trattiene molti dal peccato; e quindi se vedono di essere infamati, peccano senza ritegno. Ecco perché S. Girolamo scriveva: “Il fratello va corretto in disparte; perché non si ostini nel peccato una volta perduto il pudore, o la vergogna”. In secondo luogo si deve salvare la fama del fratello colpevole, perché l’infamia dell’uno ricade sugli altri, secondo quelle parole di S. Agostino: “Quando si denunzia falsamente, oppure realmente si scopre un delitto di qualche cristiano, gli avversari incalzano, si agitano, brigano perché si creda lo stesso di tutti”. E anche perché divulgando il peccato di uno, gli altri vengono sollecitati a peccare. – Ma poiché la coscienza va preferita alla fama, il Signore ha voluto che la coscienza del fratello venga liberata dal peccato con una pubblica denunzia, almeno con la perdita della fama. Perciò è evidente che è cosa obbligatoria di precetto far precedere alla pubblica denunzia un’ammonizione segreta.”
Bisogna dunque cercare di fare la correzione fraterna cercando di farla, inizialmente, in separata sede, per non colpire la suscettibilità della persona. Solo se la colpa è grave e persistente è bene intervenire in presenza di testimoni.
Il primo richiamo deve essere fatto in tutta segretezza, “fra te e lui solo” (v. 15). Il fratello che ha mancato, deve poter sentire un richiamo carico di affetto e di sollecitudine fraterna, unitamente alla garanzia della riservatezza. Questa prima tappa della correzione evita l’umiliazione di un richiamo pubblico, che potrebbe portare la conseguenza del rifiuto e della ribellione.
10) Prima di denunciare pubblicamente un peccato, dobbiamo prima ricorrere ai testimoni?
“ È giusto che da un estremo all’altro si passi attraverso un punto intermedio. Ora, nella correzione fraterna il Signore volle che il principio fosse occulto, in modo che un fratello correggesse l’altro tra loro due soli; mentre volle che la fine fosse pubblica, con la denunzia fatta alla Chiesa. Perciò è conveniente che in mezzo si metta il ricorso ai testimoni, in modo che da principio si dica la colpa del fratello a pochi, che possono essere di giovamento e non di ostacolo, per emendarlo almeno così, senza infamia di fronte a tutti.”
“Alcuni ritengono che nella carità fraterna si debba osservare quest’ordine: dapprima si deve correggere il fratello in segreto; e se dà retta, va bene. Se invece non dà ascolto, e il peccato è rigorosamente occulto, allora essi dicono che non si devono fare altri passi. Se invece comincia a essere conosciuto da certi indizi, si deve procedere oltre, come il Signore comanda. – Ma questo è contro ciò che insegna S. Agostino nella Regola, e cioè che non si deve nascondere il peccato del proprio fratello, “perché non marcisca nel cuore”.
Perciò si deve rispondere diversamente, e cioè che dopo l’ammonizione segreta fatta una o più volte, finché c’è una speranza di emenda, si devono fare altri passi con l’ammonizione segreta. E quando si può arguire che l’ammonizione segreta non basta, si deve procedere ricorrendo ai testimoni, per quanto occulta possa essere la colpa. A meno che uno non sia persuaso che questo non gioverebbe ad emendare il fratello, ma a renderlo peggiore: perché allora bisognerebbe desistere del tutto dalla correzione, come sopra abbiamo detto.”
“Si possono portare i testimoni per tre motivi. Primo, per dimostrare, come nota S. Girolamo, che l’atto di cui uno è rimproverato è peccaminoso. Secondo, per rinfacciare la colpa, se venisse ripetuta, come accenna S. Agostino nella Regola. Terzo, “per dimostrare che il fratello che corregge ha fatto quanto stava in lui”, come nota il Crisostomo.”
Infine Agostino ritiene più opportuno forse che: “la colpa si dica prima al superiore che ai testimoni, in quanto il superiore è una persona privata che può giovare più delle altre: non già che si dica a lui per dirlo alla Chiesa, cioè nelle sue funzioni di giudice.”
Bisogna precisare che la correzione fraterna non è maldicenza, o chiacchiera, o diffamazione. La correzione serve a sanare non a creare un’ombra sulla persona con cui si parla, nei confronti di altri. Si parla con gli altri riguardo un fratello solo per chiedere consiglio nella correzione. Sempre sono da evitare le dicerie sulle persone, ne mai si esordisce dicendo “ho sentito…mi hanno detto che…”, al massimo testimonianze accreditate che permettano di fare luce sui fatti. Bisogna evitare di fare processi alle persone senza che possano difendersi. Se vi sono fatti o testimonianze di rilievo, si devono fare confrontare con l’interessato, al fine di fare luce sulla verità quanto più possibile. La fama di persone a volte è stata uccisa senza che le interessate potessero minimamente dire la loro, o addirittura che ne fossero consapevoli!
4. Citazioni utili sulla correzione fraterna
“Oggi quando si tocca il tema della correzione fraterna, che è compito di tutti i membri di una comunità, e compito particolare del superiore, si dice che questo atteggiamento o questo uso antico è contrario alla maturità del religioso o della religiosa. Maturità… io direi è contrario alla presunzione di essere infallibili e impeccabili. Chi non ha questa presunzione non può non accettare, anzi, direi di più, desiderare l’aiuto di tutti per camminare più celermente nella via stretta. La correzione è una cosa difficile ma è una prova autentica di amore. Lo abbiamo inteso: il Signore corregge colui che ama, sferza colui che riconosce come figlio. Ne prescrive l’esercizio, come uno dei benefici più grandi che ci viene dalla comunità. Se togliamo in una comunità religiosa l’esercizio della carità e il beneficio della correzione fraterna, non so cosa resti e non so a che serva la comunità”. (Agostino Trapè)
“Sono il custode di mio fratello?”(Gen 4,9) Suona così la sarcastica domanda di Caino a Dio che chiede conto dell’assenza del fratello Abele. Vivere in comunità, consacrati allo stesso Dio e Padre, vuol dire decidere di percorrere lo stesso cammino di santità, e dunque legare inevitabilmente la propria sorte a quella dell’altro; anzi» scoprire che è già così, che un legame che non viene dalla carne e dal sangue, ma è più vincolante di essi, ci unisce già fra di noi, nel bene e nel male, anche se non ce ne rendiamo conto (colpevolmente), e presumiamo pensare ognuno alla propria personale santità privata, tanto improbabile quanto privata. La comunità è soggetto di santità prima (e ancor più) di essere luogo ove ognuno si costruisce il suo personale itinerario di perfezione, sopportando gli altri peccatori, per divenire lui santo. La correzione fraterna, allora, non è intervento estemporaneo che mira a ristabilire l’armonia o la pace perduta, ma la conseguenza inevitabile di questo stato di cose che non è semplicemente umano, o di quel dato di fatto che è il dono di vivere insieme nel nome di Cristo e del suo sangue. È la manifestazione coerente dell’assunzione di responsabilità nei confronti di colui che è a tutti gli effetti mio fratello, e la cui santità mi sta a cuore, anzi, insieme al quale mi santifico. La correzione fraterna parte da lontano: non è qualcosa che si può improvvisare, quasi fosse una semplice tecnica d’intervento opzionale, ne la si può limitare ai casi di emergenza. È un modo di essere e crescere insieme, di legare la propria vita a quella di chi mi è «prossimo », di concepire la fraternità come evento di salvezza, luogo teologico in cui si manifesta concretamente il nostro essere oggetto e soggetto di redenzione. La correzione fraterna, così concepita, è ben piccola cosa, come tutto ciò che è umano, ma realizza questo mistero umano e divino. È gesto fraterno umilissimo, ma attraverso il quale il Padre compie la salvezza. Quando due fratelli si correggono e si promuovono con questo spirito, lì il male è già sconfitto e trasformato in occasione di grazia. Il tutto nel frammento!” (A. Cencini)
“Forse crediamo che ci sia un solo uomo che non abbia bisogno di consolazione e di ammonimento? Ma allora perchè Dio ci ha fatto il dono della fraternità cristiana? Quanto più impariamo ad accogliere la parola che gli altri ci dicono, si tratti pure di rimproveri e di ammonimenti da accogliere con umiltà e gratitudine, tanto più si accresce la nostra capacità di parlare con libertà e pertinenza. Chi per suo conto respinge la parola fraterna detta seriamente, perchè è sopraffatto dalla suscettibilità e dalla vanità, non può neppure dire umilmente la verità agli altri, in quanto ne teme il rifiuto che sarebbe causa per lui di ulteriore offesa. Chi è suscettibile, tende sempre ad adulare il proprio fratello, e dunque anche a disprezzarlo e a calunniarlo. Invece chi è umile si attiene alla verità e insieme all’amore. Si attiene alla Parola di Dio e si lascia condurre da questa Parola al fratello. Non cercando e non temendo niente per sè, può aiutare l’altro con la parola.
La correzione non può essere evitata, in quanto la Parola di Dio la comanda, quando il peccato del fratello è palese. La disciplina della comunità inizia nell’ambito più ristretto. Se la defezione dalla Parola di Dio nella dottrina o nella vita mette in pericolo la comunione di chi vive nella stessa casa, e con ciò tutta la comunità, si deve tentare l’intervento ammonitore e il castigo. Non c’è niente di più crudele di quell’indulgenza che abbandona l’altro al peccato. Niente di più misericordioso di quella dura correzione che fa recedere il fratello dalla via del peccato. È un servizio di misericordia, un’estrema offerta di comunione autentica, il porre fra di noi la sola Parola di Dio, nella sua funzione di giudizio e di aiuto. In tal caso non siamo noi a giudicare, ma Dio solo, e il giudizio di Dio procura aiuto e salvezza. Non possiamo far altro che servire il fratello fino all’ultimo, non dobbiamo porci mai al di sopra di lui, e gli prestiamo un ultimo servizio anche quando gli diciamo la Parola di Dio che giudica e separa, quando in obbedienza a Dio sacrifichiamo la comunione umana con lui. Infatti sappiamo che non è fondata sul nostro amore umano la fedeltà all’altro, ma che è l’amore di Dio, che passa solo attraverso il giudizio, a raggiungerlo. Nel giudicare, la Parola di Dio serve per suo conto l’uomo. Chi lascia che gli si presti servizio col giudizio di Dio, ne riceve aiuto.” ( Da “Vita Comune”, Dietrich Bonhoeffer)
“Beato il servo che è disposto a sopportare così pazientemente da un altro la correzione, l’accusa e il rimprovero, come se li facesse a sé. Beato il servo che, rimproverato, di buon animo accetta, si sottomette con modestia, umilmente confessa e volentieri ripara. Beato il servo che non è veloce a scusarsi e umilmente sopporta la vergogna e la riprensione per un peccato, sebbene non abbia commesso colpa.” (Da “Fonti Francescane”, Ammonizioni, XXIII)
“E se avvertite in qualcuno di voi questa petulanza degli occhi di cui parlo, ammonitelo subito, affinché il male non progredisca ma sia stroncato fin dall’inizio.
Se poi, anche dopo l’ammonizione, lo vedrete ripetere la stessa mancanza in quel giorno o in qualsiasi altro, chiunque se ne accorga lo riveli come se si trattasse di un ferito da risanare. Prima però lo indichi ad un secondo o a un terzo, dalla cui testimonianza potrà essere convinto e quindi, con adeguata severità, indotto ad emendarsi. Non giudicatevi malevoli quando segnalate un caso del genere; al contrario non sareste affatto più benevoli se tacendo permetteste che i vostri fratelli perissero, mentre potreste salvarli parlando. Se infatti tuo fratello avesse una ferita e volesse nasconderla per paura della cura, non saresti crudele nel tacerlo e pietoso nel palesarlo? Quanto più dunque devi denunziarlo perché non imputridisca più rovinosamente nel cuore?
Tuttavia, qualora dopo l’ammonizione abbia trascurato di correggersi, prima di indicarlo agli altri che dovrebbero convincerlo se nega, si deve parlarne preventivamente al superiore: si potrebbe forse evitare così, con un rimprovero più segreto, che lo sappiano altri. Se negherà, allora al preteso innocente si opporranno gli altri testimoni: alla presenza di tutti dovrà essere incolpato non più da uno solo ma da due o tre persone e, convinto, sostenere, a giudizio del superiore o anche del presbitero competente, la punizione riparatrice. Se ricuserà di subirla, anche se non se ne andrà via spontaneamente, sia espulso dalla vostra comunità. Neppure questo è atto di crudeltà ma di pietà, per evitare che rovini molti altri col suo contagio pestifero.” (Sant’Agostino, Regola, cap. 4)

Il Signore parla al cuore di ciascuno di noi, ascoltarlo significa valutare bene le situazioni in cui ci troviamo e, se lo desideriamo, viverle nella sua volontà, non dimentichiamo ciò che ci disse nel Vangelo di Giovanni…

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Dal Vangelo di Giovanni 15,5: Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 

… e non dimentichiamo nemmeno di chiedere il suo aiuto, sempre se lo desideriamo.

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