Caro padre Angelo Bellon, come si fa a non giudicare il nostro prossimo?
A volte incontriamo delle persone che, per il loro modo di agire e di comportarsi, sono praticamente dei libri aperti, per cui, fin dai primi approcci – pur non essendo noi degli esperti psicologi – siamo portati ad ammettere in cuor nostro:
“Questo è un furbetto”; oppure: “Questo è un ladro matricolato”; oppure: “Questo ha l’aria di un ipocrita o di un adulatore e si rivolge a noi per ottenere dei vantaggi”; oppure: “Quest’altro è un brav’uomo, schietto e senza secondi fini”.
Insomma, se il buon Dio ci ha dato la ragione per vagliare, ponderare, discernere, dedurre, com’è possibile “disattivarla” all’occorrenza, per non correre il rischio di giudicare il prossimo?
In sostanza, ritengo che da certi giudizi sulle persone siamo quasi impossibilitati ad esimerci e che, a voler trovare a tutti i costi delle giustificazioni per disporci nella condizione di “pensar bene”, noi stessi diventiamo degli ipocriti.
 La mia perplessità è che certi comandi e certi divieti evangelici siano stati interpretati dai teologi in modo troppo drastico e radicale. Forse Gesù, nelle sue parabole e nei suoi insegnamenti, si sarà soffermato a fornire dei dettagli e delle spiegazioni: particolari che, però, gli evangelisti (ad esempio, San Matteo) non ci hanno tramandato.
La ringrazio per l’eventuale risposta. La ricordo sempre nelle mie preghiere.
Però non dimentichiamo mai che …

Gesù ci disse: Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 

… e non dimentichiamo nemmeno di chiedere il suo aiuto.

(Le foto dei personaggi, di questo racconto, sono state prese su Google/Immagini, per cui non corrispondono ai personaggi stessi di questa storia, il testo base è stato tratto da Aleteia e modificato con delle aggiunte ).

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